COME LA PLAY THERAPY DIRETTIVA AIUTA I BAMBINI

DEFINIZIONE PLAY THERAPY DIRETTIVA

La Play Therapy Direttiva usa il gioco per creare un legame forte tra terapeuta e bambino, favorendo esperienze significative. Infatti, il gioco rappresenta il linguaggio innato dell’infanzia e svolge un ruolo adattivo e strutturante durante la crescita del bambino. Attraverso il gioco, il bambino può esprimere i suoi pensieri, le sue emozioni e i suoi bisogni, e il terapeuta può aiutarlo a elaborare le sue difficoltà e a promuovere il suo benessere.

Le radici del gioco nella terapia: i metodi direttivi principali

La Play Therapy Direttiva si ispira a diverse correnti teoriche e cliniche che hanno riconosciuto il valore del gioco come strumento terapeutico. Tra queste, possiamo citare:

 

Play Therapy Psicoanalitica:

basa sulle teorie di Sigmund Freud, Melanie Klein e Anna Freud, e utilizza il gioco come mezzo per accedere ai contenuti inconsci del bambino e per interpretarli e risolverli.

Terapia delle Relazioni Oggettuali

si basa sulle teorie di Donald Winnicott, e utilizza il gioco come mezzo per facilitare la transizione tra il mondo interiore e la realtà esterna del bambino, e per rafforzare la relazione con il terapeuta.

Cognitive Behavioral Play Therapy

si basa sulle teorie della terapia cognitivo-comportamentale, e utilizza il gioco come mezzo per insegnare al bambino nuove abilità, strategie e modi di pensare, e per modificare i suoi comportamenti disfunzionali.

Sand Play Therapy (The World Technique)

E’ stata introdotta da Margaret Lowenfeld negli anni Venti. Lo scopo di questa tecnica è di superare i limiti della terapia psicoanalitica verbale e di permettere al bambino di esprimere pensieri ed emozioni che non possono essere comunicati attraverso le parole. Secondo Lowenfeld, il bisogno di dare un senso all’esperienza è presente fin dalla prima infanzia ma si esprime attraverso immagini. Ai bambini vengono fornite delle cassette di sabbia e delle mensole con oggetti miniaturizzati e realistici. Successivamente, vengono incoraggiati a creare una immagine tridimensionale del loro mondo nella sabbia.                    Sebbene la tecnica sia chiaramente basata sui principi psicoanalitici, alcuni elementi richiamano l’approccio non direttivo, per esempio, i commenti del terapeuta sono descrittivi e non interpretativa

Play Therapy Narrativa

Ha le sue radici negli scritti di Ann Cattanach e si basa su un modello di terapia del gioco che è stato influenzato dalla terapia drammatica e da altre forme di terapie artistiche. I punti focali sono la concezione della narrazione in relazione alla psicologia del sé, la ricerca evolutiva sulla narrazione e sul gioco e l’impiego della storia per costruire un significato condiviso (Cattanach 1997, 1999). La Play Therapy Narrativa si basa sull’idea che le storie possano aiutare i bambini a dare un senso alle loro esperienze, a esplorare le loro identità, a esprimere le loro emozioni, a risolvere i loro conflitti e a immaginare nuove possibilità. Il terapeuta, inoltre, può usare le storie per trasmettere al bambino dei messaggi positivi, per incoraggiarlo a sperimentare nuovi ruoli e per stimolare la sua creatività. A differenza della psicoanalisi tradizionale, in questi interventi il terapeuta, assumendo un ruolo più attivo, sceglie il materiale ludico per guidare e aiutare il bambino a raggiungere gli obiettivi terapeutici.

Play Therapy Strutturata

Le tecniche di Play Therapy Strutturata sono un tipo di terapia ludica direttiva che si è evoluta dalla corrente psicoanalitica degli anni Trenta e Quaranta. A differenza della psicoanalisi tradizionale, in questi interventi il terapeuta, assumendo un ruolo più attivo, sceglie il materiale ludico per guidare e aiutare il bambino a raggiungere gli obiettivi terapeutici. Gli interventi strutturati sono vari e si differenziano principalmente in base ai materiali utilizzati e alle abilità verbali richieste.

Release Therapy

E’ stata ideata in America da David Levy negli anni ’30. È una terapia volta al “rilascio” della tensione emotiva, progettata per assistere i bambini che hanno sperimentato un evento particolarmente doloroso o traumatico a gestire le emozioni ad esso correlate. L’obiettivo è infatti utilizzare il gioco come strumento per ricreare situazioni di stress, con l’intento di liberare il bambino dalle emozioni negative associate. Si fonda sul concetto psicoanalitico della coazione a ripetere, secondo cui, attraverso la reinterpretazione e la sperimentazione di un evento specifico, le emozioni represse o bloccate vengono rilasciate e, alla fine, elaborate (Levy, 1938). Gove Hembridge (1955) estende l’opera di Levy per impiegare il suo metodo in campo clinico, principalmente per affrontare problemi associati a traumi. Il terapeuta assume un ruolo più guidato e si occupa di ricostituire situazioni di conflitto, permettendo poi al bambino di interagire liberamente con tali contesti.

Play Therapy Adleriana

E’ una tecnica e un approccio terapeutico, di origine psicologica individuale, che fa uso del gioco nel trattamento con il bambino. Secondo Terry Kottman (2001), nella Play Therapy ad orientamento adleriano ci sono quattro momenti importanti. Il primo momento consiste nel creare una relazione cooperativa, uguale ed emotiva con il bambino. Il secondo momento consiste nell’esplorare il modo di vivere del bambino attraverso il gioco. Il terzo momento consiste nell’aiutare il bambino a capire meglio se stesso. Il quarto momento consiste nel guidare e rieducare, offrendo l’opportunità di provare nuovi modi di interagire. Mediante il gioco, il terapeuta può proiettarsi in modo finalizzato sulla struttura del bambino fino a quel punto, non solo come riflesso del mondo interno assorbito dalle esperienze passate. L’obiettivo del gioco è quindi strettamente connesso alla possibilità di esplorare l'”ignoto” e di sviluppare una conoscenza sia emotiva-esperienziale che cognitiva. 

Play Therapy Prescrittiva

Heidi Gerard Kaduson, Donna Cangelosi e Charles Schaefer (1997, 2019) hanno introdotto per la prima volta il concetto di Play Therapy Prescrittiva. Essi affermano che l’adesione rigida a una singola teoria potrebbe non risultare efficace nel trattamento dei bambini, suggerendo quindi l’impiego di vari costrutti. Il terapeuta dovrebbe possedere competenze in più di un orientamento teorico e in diverse tecniche di Play Therapy, sia direttive che non direttive. Inoltre, dovrebbe essere capace di adattare un intervento specifico al suo stile personale, mostrando flessibilità e abilità.

Quali sono i benefici della Play Therapy Direttiva?

La Play Therapy Direttiva può apportare numerosi benefici al bambino e alla sua famiglia, tra cui:

  • Migliorare la comprensione e l’accettazione di sé e degli altri
  • Favorire l’espressione e la regolazione delle emozioni
  • Ridurre i sintomi e i comportamenti problematici
  • Sviluppare nuove abilità e strategie di coping
  • Potenziare le risorse e i punti di forza
  • Aumentare la motivazione e il piacere di apprendere
  • Rafforzare la relazione con il terapeuta e con i genitori
  • Migliorare la qualità della vita e il benessere psicologico

 

Come funziona la Play Therapy Direttiva?

La Play Therapy Direttiva si differenzia dalla Play Therapy Non Direttiva per il ruolo più attivo e guidante del terapeuta, che sceglie le attività di gioco più adatte al bambino e ai suoi obiettivi terapeutici, e che interviene con suggerimenti, domande, feedback e rinforzi. Il terapeuta, inoltre, può coinvolgere i genitori o altri membri della famiglia nel gioco, per migliorare la qualità delle relazioni familiari e per favorire il generalizzarsi dei cambiamenti al contesto di vita del bambino.

La Play Therapy Direttiva si svolge in una stanza attrezzata con vari materiali e giocattoli, che stimolano la creatività, l’immaginazione e l’espressione del bambino. Il terapeuta osserva il bambino mentre gioca e interagisce con lui, cercando di capire il suo mondo interno e di aiutarlo a risolvere i suoi conflitti e le sue paure. Il terapeuta, inoltre, aiuta il bambino a sviluppare le sue capacità cognitive, emotive, sociali e comunicative, e a rafforzare la sua autostima e il suo senso di efficacia.

A chi si rivolge la Play Therapy Direttiva

La Play Therapy Direttiva è indicata per i bambini tra i 3 e i 12 anni, che presentano difficoltà emotive, comportamentali, relazionali o di apprendimento, o che hanno vissuto esperienze traumatiche o stressanti. Tra i problemi che possono essere trattati con la Play Therapy Direttiva, ci sono:

  • Ansia, fobie, timidezza, inibizione
  • Depressione, tristezza, apatia, ritiro
  • Aggressività, oppositività, impulsività, iperattività
  • Disturbi dell’attenzione e della concentrazione
  • Difficoltà scolastiche, disturbi specifici dell’apprendimento
  • Bassa autostima, scarsa fiducia in sé
  • Difficoltà di relazione con i coetanei, isolamento, bullismo
  • Difficoltà di relazione con i genitori, conflitti familiari, separazione o divorzio
  • Lutto, perdita, abbandono
  • Abuso, maltrattamento, violenza, negligenza
  • Malattie croniche, disabilità, ospedalizzazione

Come approfondire la Play Therapy Direttiva

Se sei uno psicologo che si occupa di bambini e vuoi approfondire la Play Therapy Direttiva, puoi consultare il sito CBPT.org, dove troverai informazioni, articoli, corsi e risorse utili per la tua formazione e la tua pratica professionale.

Consulta i testi in bibliografia per approfondire come utilizzare la Play Therapy Direttiva.

BIBLIOGRAFIA PLAY THERAPY DIRETTIVA

  • Cattanach, A. (1997). Children’s Stones in Plav Thera~y. London: Jessica Kingsley Press.Cattanach. A. (1999). Co-constmction in Play Therapy. In A. Cattanach (ed.) Process in the Arts Therwies. London: Jessica Kingsley Press.
  • Freud S (1909) Two case histories: “Little Hans” and the “Rat Man”. The Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud. Volume X. Published 1955. The Hogarth Press, London (Reprinted 2001, Vintage Publishers)
  • Freud, A. (1946). The psychoanalytic treatment of children. London: Imago.
  • Hambridge, G. (1955). Structured Play Therapy. American Journal of Orthopsychiatry, 25, 304-310.
  • Kaduson, H. G., Cangelosi, D., & Shaefer, C. E. (2019). Tailoring Interventions for Specific Childhood Problems. Guilford Publications.
  • Kaduson, H. G., Cangelosi, D., & Shaefer, C. E. (Eds). (1997). The playing cure: Individualized play therapy for specific childhood problems. Northvale, NJ: Jason Aronson.Klein, M. (1932). The psycho-analysis of children. London: Hogarth Press.
  • Knell, S. (1993). Cognitive-behavioral play therapy. Northvale, NH: Jason Aronson.
  • Knell S. (1998) Il gioco in psicoterapia : nuove applicazioni cliniche, Edizione italiana a cura di Francesca Pergolizzi McGraw-Hill Companies
  • Kottman, T. (2001), Adlerian Play Therapy, Int. J. Play Therapy, 10 (2)
  • Levy, D. (1938). Release therapy for young children. Psychiatry
  • Lowenfeld, M. (1950). The nature and use of the Lowenfeld World Technique in work with children and adults . The Journal of Psychology.
  • McLeod, John. (1997) Narrative and Psychotherapy, SAGE Publications
  • Shaefer, C. E. & Drewes, A. A. (2013). The therapeutic powers of play: 20. core agents of change (2nd ed.) Hoboken, NJ: Wiley.
  • Shaefer, C. E. (1993). The therapeutic powers of play. Northvale, NJ: Jason Aronson.
  • Taylor de Faoite, A. (2011). Narrative Play Therapy: Theory and Practice. Jessica Kingsley Publishers.
  • Winnicott D. W. (1971) Playing & Reality. Tavistock Publications
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